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Division I

No americani? No problem: Michele Canali torna nei Panthers Parma

Fino a poche settimane fa si parlava di come i ducali fossero in grave difficoltà economica a causa di problemi con gli sponsor, e del fatto che non avrebbero potuto, almeno per quest’anno, ingaggiare i due giocatori americani che, allo stato attuale delle cose, appaiono fondamentali per un campionato che sta sempre più salendo di livello.

Tuttavia è arrivata la prima vera buona notizia in casa Panthers: Michele Canali, Defensive End che ha recentemente vestito la maglia dei Menlo College Oaks (California), ha deciso di tornare a casa per riportare in vetta la squadra che lo ha fatto esordire nel football e che lo ha spinto ad andare negli States per l’esperienza irripetibile da poco conclusa.

Michele ha esordito giovanissimo nella flag dei Panthers, che comprendeva anche Tommaso Monardi e Alessandro Malpeli Avalli, inanellando una serie di successi in Coppa Italia e in campionato. A queste, si aggiunge l’esperienza scolastica con la scuola Newton, con la quale ha vinto per 2 volte consecutive il titolo italiano, approdando alle finali europee, che si disputavano in Germania sotto l’egida della NFL Europe, ed alla straordinaria avventura dei campionati mondiali in Cina.

Nel 2007 avviene il passaggio al tackle football e, anche lì, è campione d’Italia per ben tre anni di fila, dal 2007 al 2009, rispettivamente con U17, U18 e U21. Nel 2008, non ancora diciottenne, esordisce con la prima squadra che si trovava a Palermo per sfidare gli Sharks. Da quel momento in poi diverrà un giocatore insostituibile per la difesa parmense. Nel 2010 e nel 2011, anni d’oro per i Panthers, è campione d’Italia per ben due volte consecutive e con anche un titolo di MVP difensivo.

Un palmares davvero impressionante da tutti i punti di vista. Abbiamo quindi deciso di intervistarlo per conoscere nei dettagli la sua esperienza e le motivazioni del suo ritorno a casa.

Buona lettura!

 

Ciao Michele e grazie per il tuo tempo!
Ciao! Grazie a voi!

Com’è stata la tua esperienza negli States?
La mia esperienza negli States è stata ottima, diciamo una cosa che consiglio a chiunque. Ovviamente non è per tutti perché comporta un impegno non indifferente per quanto riguarda l’organizzazione di questa esperienza che, alla fine, non è che un viaggio di studi più che un viaggio per giocare. Come tutti sanno, il modo per giocare a football giovanile negli USA è attraverso un College; quindi tutto parte da una preparazione accademica che include voti abbastanza alti, altrimenti sarebbe difficile entrare in una qualsiasi università. Dipende anche da un fattore di visibilità e, nel mio caso, questa mi è stata data grazie all’aiuto dei dirigenti e degli allenatori dei Panthers, alcuni che ci sono stati, altri che ci sono ancora e che mi hanno aiutato nella creazione e nella diffusione di un video contenente tutti i miei highlights. Questo è stato poi reputato interessante da alcune università e su una di quelle è caduta la mia scelta. Quindi per sommare un po’ il tutto: è stata un’esperienza fenomenale; però secondo me non tutti si rendono conto dell’impegno che ci vuole per iniziarla e portarla a termine, dato che dura più anni e sei lontanissimo da casa. A volte questi fattori vengono dimenticati, come avevo fatto io all’inizio, anche se alla fine non rimpiango assolutamente niente.

Com’è stata la tua vita dalla fine di questa esperienza ad oggi?
La mia vita è cambiata drasticamente perché il football lì era uno sport inteso come un vero e proprio lavoro a tempo pieno. Ogni giornata si divideva tra ore di palestra, ore di allenamenti, ore di video dove venivano studiate le partite e infine gli studi veri e propri. Passi poi ad un momento, che è la fine della tua carriera sportiva universitaria, nel quale questa parte della tua vita viene completamente a mancare. Ossia ti ritrovi molto più tempo a disposizione, ti ritrovi con molti meno impregni… Diciamo che io ho cercato di rimanere sulla stessa onda, ovvero ho cercato di continuare ad allenarmi per i fatti miei. Non ho mai mancato i soliti allenamenti in palestra, i soliti allenamenti in campo con gli amici o con squadre un po’ dove capitava proprio per non perdere questa abitudine. Ovviamente si è anche passati da quello che era un ambiente universitario, cioè un ambiente di studi, ad un ambiente lavorativo. Siccome dopo la laurea fortunatamente ho trovato subito lavoro mi sono spostato spesso. Pertanto il tempo che si riesce a dedicare al football americano è poco proprio per questo motivo, anche se continuo a fare del mio meglio per rimanere vicino a questo sport il più possibile.

I Panthers quindi ti hanno introdotto nel mondo del football. Come mai hai deciso di tornarci?
Diciamo che un po’ vorrei parlare di riconoscenza, ma non solo per il fatto che mi abbiano aiutato ad andare negli Stati Uniti. E’ un tipo di riconoscenza che parte sin dagli inizi. È la prima squadra con la quale ho iniziato, ho lasciato indietro molti compagni di squadra con i quali mi fa piacere tornare a giocare insieme. Mi mancavano gli allenatori, mi mancava la dirigenza, insomma tutte persone che io stimo fortemente e con le quali voglio avere a che fare il più possibile. Quindi diciamo che oltre alla maglia, che sì è vero, per me è importante, poiché trovo che l’attaccamento alla maglia sia una cosa bellissima, erano le persone a mancarmi. Quindi se si fossero chiamati Panthers o in qualunque altro modo io avrei comunque seguito queste persone che mi hanno aiutato durante la mia carriera.

Come vedi la squadra senza gli americani?
Da uno che per ora è riuscito ad essere presente solo a pochi allenamenti, anche se comunque qualcuno l’ho fatto, io ho visto che comunque l’umore della squadra non è assolutamente basso. Qualcuno potrebbe pensare che la squadra si sia scoraggiata perché si rende conto di andare ad affrontare un campionato dove prima era la favorita e dove ora è “quella senza americani”. Non dico che ciò la renda sfavorita, del resto deve ancora cominciare il campionato, però vedo la squadra molto più motivata di quanto non lo fosse gli anni scorsi. Ora diciamo che sono più di una le cose da provare: la prima è quella di riscattarsi dal Superbowl dell’anno scorso che è stato perso. La seconda, che è andata ad aggiungersi a questa, è quella di dover riprovare a fare un’altra stagione vincente ed arrivare fino in fondo senza gli americani. Quindi diciamo che non parlo da un punto di vista personale, ma dal punto di vista della squadra. Li ho trovati tutti estremamente motivati e questo ha certamente aiutato a rinforzare il gruppo che poi dovrà scendere in campo. Un altro punto di vista, che secondo me può essere interessante analizzare, è il fatto che ovviamente la presenza di giocatori americani è sempre stata ottima, a partite dagli allenamenti, e dal tipo di aiuto che possono dare dentro e fuori dal campo; insomma aiutano a far crescere la società e la squadra anche solo con la loro presenza oltre che in campo, però si fa quello che si può.

Cosa ti aspetti da questo campionato?
Noi giochiamo sempre per vincere e questo non lo penso solo io ma anche tutti i miei compagni, di questo ne sono sicuro. Giochiamo per arrivare fino in fondo e quest’anno l’obiettivo non è fare una bella stagione, non è arrivare solo ai Playoff ma è vincere il Superbowl, anche se poi saranno i risultati a parlare.

Grazie mille per la disponibilità! In bocca al lupo per la stagione!
Di nuovo grazie a voi e a presto!

Foto Manuela Pellegrini









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