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Noi e il football: sappiamo di non sapere?

Football Question Mark

“Ma quello non ne sa nulla di Football!”

Se avessero dato a qualunque soggetto all’interno del football italiano un euro per ogni volta che ha sentito questa frase o che ha detto questa frase tanti conti in banca sarebbero certamente molto più floridi.
Questa frase è certamente il giudizio più potente e più importante che si possa emettere e soprattutto da ascoltare per chiunque si interessi attivamente a questo sport nel nostro paese e che in molti casi è il lasciapassare per arrivare a qualcosa o il motivo per la chiusura rovinosa di qualcos’altro.

Il sistema sociale del nostro sport preferito è basato sostanzialmente da un intreccio di rapporti che si allacciano e si rompono portando a conseguenze più o meno positive ma che è retto da un parametro fondamentale:

Quanto ne si sa sul Football.

L’argomento è delicato e spinoso e soprattutto ricco di variabili ma con un’unica certezza sulla quale partire: siamo tutti giudici e siamo tutti giudicati. Si può stare certi che prima o poi con gli anni arrivi sul banco degli imputati ed è quasi comico vedere come nella stessa immaginaria aula di tribunale cambino repentinamente le posizioni degli attori: i giocatori giudicano i coach, i coach i giocatori, i coach gli altri coach, i giocatori i dirigenti, i coach i dirigenti, i dirigenti i coach, i dirigenti altri dirigenti…ecc.

E in questo turbinio di indici puntati, con condanne e assoluzioni, in quanti si sono fermati a farsi la domanda:

Cosa vuol dire saperne di Football? Ma soprattutto: come si capisce che uno ne sa tanto o poco?

Ho provato a trovare un modo per arrivare a una quantificazione. Basandomi su 10 anni di discussioni fatte o ascoltate sul tema, ho notato che alcuni elementi argomentativi tornano ciclicamente e sono presi come parametri di misura che quantifica il grado di sapienza footballistica. Il processo mi ha condotto al formulare un modello matematico, espresso sotto forma di equazione: definendo la variabile X il valore di sapienza sul football possiamo dire che:

quanto ne sai

Quindi la somma delle vittorie, delle amicizie, dove si ha giocato e/o allenato, il tutto rapportato a quando si ha giocato/allenato, il tutto elevato a quanto si ha giocato/allenato ti dà come risultato il quanto ne sai tu di Football o ti fa esprimere quando ne sa un soggetto terzo.

Ribadisco: questa formula è la traduzione matematica di tante discussioni ascoltate sul tema e quindi per la maggior parte delle volte le variabili usate sono queste, interessante notare l’assenza o la carenza di effettive nozioni tecniche e/o di applicazioni filosofiche del gioco di cui in pochi parlano (che l’omissione sia voluta o meno non è dato sapere)

Proviamo a prenderle singolarmente:

  1. Quante volte abbiamo sentito: “Ma quello non ha mai vinto nulla! Ma cosa parla di Football?” O viceversa: “Be lui è un grande, ha vinto tanto”. “Han preso quello come HC invece che me che ho vinto molto di più”. Certamente il numero delle dita occupate dagli anelli conta molto, la logica del “chi vince ha sempre ragione” funziona anche qui, non sempre, perché magari si tratta di persone che hanno vinto anelli da non protagonista ma in una discussione sul valore delle persone avere un buon palmares di certo aiuta.
  2. “Mi ha detto il mio grande amico Tizio, che ha contatti in Federazione, che si sta pensando a Caio come prossimo HC della Nazionale”. “Ascolta, io conosco Sempronio e si fida di me, se gli dico che Pinco Pallino è ottimo come Offensive Coordinator sta sicuro che mi ascolta.”. Ovviamente essere in una certa cerchia di amicizie conta, se sei un signor nessuno che non conosce nessuno, puoi essere bravo quanto vuoi ma nessuno ti darà ascolto.
  3. Squadre di militanza. “Chi? Topo Gigio? Ma dai! Dove cavolo ha giocato/allenato? Negli Abbiategrasso Allscars??? Anche io sono bravo li! Che venga a giocare/allenare nei Superfighi Magenta, li lo voglio vedere”. “Be quello è un coach che ne sa, ha giocato/allenato in tre squadre in A1”. La militanza in squadre blasonate è un dato importante, un onesto coach imprigionato in una squadra magari in III Div conta quasi sempre di meno di un coach, magari meno bravo, di uno che ha allenato in più nobili franchigie di città importanti. E’ secondario chiedersi invece se questo coach ha lasciato un bel ricordo dei colleghi, o dei giocatori in quella militanza e effettivamente soppesare il suo operato tecnico.
  4. Epoca di attività. Le tre variabili di cui sopra vanno rapportate a quando si ha giocato/allenato, e anche qui il valore di questo “quando” cambia a seconda dell’effettiva attività e non attività nel suddetto periodo: ”Ma in quegli anni li il Football era una roba da ignoranti! Corse, corse, tre formazioni e basta, dai come fai a parlare di oggi?”, oppure “Oggi tutte fighette, ai miei tempi capate a rullo, BOOOM!!! Ci si menava per davvero!”. Non si considera che non possiamo scegliere il periodo in cui giocare/allenare, ed è quindi una zavorra o un surplus, a seconda degli interlocutori.
  5. Anni di attività. Bè l’esperienza conta sempre e comunque: “Ma che ne sa quello??? E’ 34 anni che son nel football!!!”. “Oh raga, stiamo parlando di uno che ha giocato 15 anni e allenato 20, tanta roba”. Ci si accorge che all’aumentare degli anni di onorata attività il chi, cosa, come, dove, e quando si rimpiccioliscono tantissimo. Un allenatore che dopo 5 anni di gioco e 2 di coaching vince un anello spesso viene bollato come un caso fortunato, e quasi certamente non ne sa come uno che è stato attivo 30 anni (a prescindere da se e cosa ha vinto).

Ora, ammettiamo che l’equazione funzioni a livello di logica, riusciamo a vedere il problema di tutto questo bel discorso? è tutto incontrovertibilmente soggettivo!

La matematica prevede che alla fine della fiera la variabile diventi numero e un numero è un qualcosa di stabile e finito e che quantifica esattamente e non decido io che numeri metterci: o mi vengono dati o vengono fuori a prescindere dalla mia volontà. Non posso mettere “3” a caso o perché secondo me è “3”.
Quando decido quanto ne sa uno del football, effettivamente tengo conto dei parametri sopra espressi ma il valore di essi cambia sulla mia percezione, sulla mia esperienza e su come penso io che giri il mondo, il tutto alterandosi in base allo stato d’animo del momento e se soprattutto metto a confronto il mio sapere contro quello di un altro. Difficile ammettere che uno ne sa più di me.

E’ come giocare a un gioco di società a ma a ogni turno un giocatore impone le sue regole o le interpreta a suo modo perché ognuno da una importanza diversa ai parametri di misura: per qualcuno sono più importanti gli anelli, per altri gli anni di esperienza: chi ne sa di più? Uno che ha giocato/allenato 15 anni e vinto 1 anello o uno che ha giocato/allenato 7 anni e vinto 3 anelli?

Il modello quindi da effettivamente una risposta alla fine e quella X avrà un valore espresso in “ne sa” o “non ne sa” ma non funziona: non funziona perché non è universale, io avrò sempre un risultato ma relativizzando ed espandendo la questione possiamo solo concludere che in Italia TUTTI sanno di Football e TUTTI non ne sanno. E questo non è un risultato.

Quindi oltre a non aver dato una risposta chiara alle domande iniziali ci sono altri quesiti conseguenti fondamentali:

Chi decide chi ne sa di Football? E in base a cosa? Qual è il limite che divide la sapienza e l’ignoranza sul tema?

Non ci sono e non ci saranno mai risposte univoche a queste domande, ognuno darà la sua risposta e influenzerà gli altri a ragionare a suo modo, ma sempre suo rimane.
Quindi di cosa stiamo parlando? E’ tutta astrazione, è tutta finzione, è un teatro. Un filosofeggiare su qualcosa di indefinito su uno spazio indefinito ma per quanto sappiamo che alla fine nessuno ha ragione e nessuno ha torto questi giudizi sono i primi responsabili in primis delle sorti di un giocatore/allenatore, quindi di una squadra, quindi di un movimento.

Ma forse è questo il problema: sappiamo di non sapere? Sappiamo che per quanto pensiamo di saperne in realtà per tantissimi altri siamo degli incompetenti totali? E che la mia ragione finisce quando inizia la tua?
A questo Socratico quesito provo a rispondere: no, non lo sappiamo perché imperterriti continuiamo a pensare a difendere la nostra sapienza e caldeggiare e/o dubitare quella degli altri, quindi non ci poniamo il problema, per noi siamo sempre nel giusto e quindi giudichiamo.

Dice: “ma è sempre stato così, ma che te ne frega di cosa pensa la gente?”. Si in teoria è così che bisognerebbe agire e lavorare, facendosi scivolare addosso i giudizi della gente ma è facile dirlo, di meno farlo. In pochi lo ammetteranno ma il tasso di preoccupazione conta nelle azioni che fai ed è facile farsi condizionare nelle proprie scelte che come coach, giocatore, dirigente facciamo quando siamo in attività.

Esempi pratici:

“Quel giocatore non si è allenato ultimamente, ma è troppo forte e probabilmente se non lo metto perdo la partita… Non è giusto che giochi ma cosa penseranno…”
“Mi piace quel Coach, lo vorrei nella mia squadra e farlo HC, ma in tanti me l’hanno sconsigliato rischio una decisione impopolare”
“Tutti i miei compagni ce l’hanno con il coach, secondo me non ha sbagliato ma non posso andargli contro…”

E’ quando il marketing di se stessi va contro il proprio pensiero il vero danno di tutta questa storia. Perché a questo punto si smette di vivere il football in funzione al piacere che ti dà nel farlo come credi e come piace a te ma lo vivi in funzione di come fa emergere te stesso e in ogni caso questo altera le tue scelte innescando una sequenza distruttiva che nella peggiore delle ipotesi ti porterà a odiare tutto questo e a smettere, perché a chi piace fare una cosa in questo modo?

Chiedere al mondo del Football di smettere di pensare a quanto ne sanno gli altri (dato che tanto tu per gli altri non sai nulla), è pura utopia, è lo sport preferito all’interno dello sport preferito. Parafrasando John Wayne “un giorno senza polemica, è come un giorno senza sole”.
Quindi no, niente censura.
Anche perché sapendo di non sapere non sono nessuno per poter dire “basta” e anzi: sono colpevole anche io, recidivo pure. Però a un certo c’è bisogno di interrogarsi perché è davvero un’ossessione questo “saperne sul Football”: si parla solo di quello e si prendono decisioni in base a quello. E’ così importante e determinante? Il parlarne migliorerà le mie performance come uomo di Football? Dire effettivamente: “ma quello non sa niente di Football” mi rende migliore di quello che sono?
No, non è un bisogno primario diciamo, e non lo è per il movimento perché costringe molte persone a indossare una maschera pirandelliana, alterando ancora di più una realtà sulla quale abbiamo capito essere molto volubile.

Riusciamo quindi a vivere il Football in maniera più costruttiva invece di agire come se fossimo in un enorme condominio e continuare a spettegolare gli uni degli altri come portinaie e casalinghe annoiate?

Anche perchè non vedo poi lo stesso impegno delle gente per cercare di saperne, casomai ci si impegna nel far credere di saperne e nel contempo far credere agli altri che quel tale non ne sa o ne sa meno di lui.
L’ossessione del sapere è positiva se spinge un giocatore/coach/dirigente a studiare, informarsi, aggiornarsi, formarsi e dimostrare sul campo che “ne sa” più degli altri e degli altri nemmeno ne parla perché non ne ha bisogno, ed è negativa quando è solo puro marketing o velata diffamazione.

Ci si aspetta che adesso dopo tutto questo “J’accuse” verso i puntatori di indici (del quale faccio parte) si proponga una soluzione. Spiacente deludere le aspettative: non ce l’ho e penso proprio che una soluzione fattibile non esiste, chiedere a tutti un evangelico “Non giudicare” sarebbe molto ipocrita da parte mia oltre che inattuabile, e inoltre se da una parte giudicare gratuitamente è sbagliato e non farlo è un bell’atto di umiltà, a volte però un qualcosa devi dire, un giudizio devi darlo, o ti costringono a darlo e nascondersi nel qualunquismo o nell’ignavia è sinonimo di mancanza di personalità. Quindi parliamo ma stabiliamo lo stesso campo da gioco e mettiamoci d’accordo sulle regole del gioco.

L’intento è quello di denunciare l’ossessione e aver coscienza e (spero) dare coscienza che quello che si dice è molto spesso pesantemente relativo e averne consapevolezza farà dire e ascoltare le cose con più saggezza, e di saggezza secondo me in questo momento c’è molto bisogno.

Articolo a cura di Alessandro Calabrese









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